Rabih Mroué (Beirut, Libano, 1967) si distingue all’interno dell’arte cosiddetta “politica” per il modo in cui affronta la relazione tra immagine, memoria e rappresentazione del conflitto. In molte pratiche artistiche degli ultimi decenni, infatti, l’immagine tende sempre più a riflettere la logica binaria e oppositiva tipica della guerra, perdendo così potere evocativo e, paradossalmente, la capacità di imprimersi nella memoria in modo duraturo. Il potere esercitato dalle immagini è enorme, ma nella spirale tra realtà e rappresentazione esse rischiano spesso di generare narrazioni retoriche, funzionali più a rafforzare identità ideologiche o “fatti alternativi” che non a offrire strumenti critici. Nel migliore dei casi, restano documenti sensibili, ma pur sempre cronache.
Opere in esposizione
15. Nel video Old House (2006), una vecchia casa di Beirut crolla improvvisamente. L’opera, brevissima, è montata in loop con effetto reverse, sospendendo l’azione nel tempo e trasformandola in un gesto eterno e ripetitivo. Mentre le immagini scorrono, la voce dell’artista – attore e regista teatrale – riflette sul concetto di memoria come ripetizione: non solo di ciò che resta visibile, ma anche di ciò che è stato cancellato, rimosso, nascosto. Per Mroué, indagare l’immagine non significa rappresentare direttamente il conflitto, ma rivolgersi a chi lo subisce. Lui si rivolge alle vittime: propone narrazioni alternative, capaci di stimolare l’immaginazione e smascherare l’ipocrisia del linguaggio ufficiale. L’arte, così concepita, non si limita a documentare: diventa una possibilità di fuga dall’orrore e una critica alla spettacolarizzazione mediatica cui anche il mondo artistico è esposto.
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15. Old House, 2006 Video a colori, suono. 1’32’’ Color video, sound. 1’32’’ Courtesy: l’artista, LAVERONICA – Contemporary Art Gallery Modica (RG)