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La Chiesa di San Mamiliano
Luogo di Memoria e di Rinascita
La Chiesa di San Mamiliano a Palermo, un tempo nota come Santa Zita, fa parte dell’antico complesso monastico benedettino. Bombardata durante la Seconda guerra mondiale e successivamente ricostruita, conserva ancora elementi della sua originaria magnificenza: la tribuna e l’arco di Santa Cita scolpiti dal Gagini nel 1516, il monumento funebre della famiglia Platamone (1519-27), anch’esso opera del Gagini, la Pietà di Giorgio da Milano (XV sec.), e la Cappella della Madonna del Rosario, impreziosita da commessi marmorei realizzati da Gioacchino Vitagliano all’inizio del XVIII secolo su modelli di Giacomo Serpotta.
Opere straordinarie, riscoperte e restituite alla città dopo anni di oblio, testimoniano la ricchezza inestimabile del patrimonio artistico siciliano e il complesso rapporto tra l’arte e l’agire umano, che ne determina in maniera diretta o indiretta la sorte.
San Mamiliano resta, prima di tutto, un tempio: uno spazio pensato per accogliere e unire, per avvicinare l’umanità promuovendo valori di amore, fratellanza e rispetto reciproco. Tuttavia, anche questo luogo sacro è stato violato e ferito dalla guerra, emblema della fragilità della condizione umana.
"Nel 1915 la chiesa fu chiusa al culto: divenne dapprima magazzino e poi aula di tribunale. Riconsacrata nel 1923 e riaperta al culto, fu poi semidistrutta dalle bombe sganciate nelle 3 incursioni aeree (del 22 Febbraio, del 1 Marzo e del 16 Aprile) del 1943 e divenne inagibile.
Il 22 Febbraio la prima incursione causava uno squarcio all’incrocio della navata a sud col braccio del transetto oltre alla rottura di infissi e altri danni minori. Nella seconda incursione veniva colpita in corrispondenza della navata minore dal lato del vangelo, che crollava nella massima parte causando notevoli danni conseguenti all’interno della chiesa. Nella terza incursione, per effetto di una bomba dirompente crollava un tratto della navata laterale a nord.
“L’attuale chiesa di San Mamiliano, detta anche di Santa Cita, mostrava evidenti gli squarci delle bombe del ’43. Perché alla svolta del 1950 nulla aveva occupato completamente lo spazio della polverizzata navata sinistra. E dal varco rimasto a molti affamati del tempo era stato facile portar via quanto non era stato possibile porre in salvo altrove. Ci entravano tanti ragazzini malvestiti che quando ne uscivano avevano sempre qualcosa in mano. Grossi sassi colorati o pezzi di presumibile stucco bianco. Sicchè il tempio domenicano rimase anche per chi scrive, in tanti anni da aspirante palermitani sta, il massimo esempio di una chiesa spogliata e dissacrata.”
Le funzioni religiose, vennero per molto tempo officiate nel vicino oratorio del Rosario di Santa Zita. La chiesa rimase chiusa per quasi dieci anni fino al 2 Giugno 1952, quando venne riaperta al culto e venne elevata a sede parrocchiale con il titolo di San Mamiliano, Vescovo e martire, dal Cardinale Ernesto Ruffini.
Chiesa di Santa Cita, 1943
Considerati i danneggiamenti bellici, i furti e le spoliazioni, le discutibili ricostruzioni nel periodo postbellico, appare evidente che la chiesa è oggi molto diversa da come doveva presentarsi fino al secolo scorso."
D.ssa Maria Oliveri
La Storia
L’ospedale e la primitiva chiesa, dedicata alla vergine toscana Santa Zita, furono fondati agli inizi del Trecento da un mercante di origine lucchese. Nel 1428 un erede di questi fece donazione di tutto il complesso ad un gruppo di domenicani, separatisi dal vicino convento di San Domenico. La nuova comunità completò nel 1458 il rinnovamento della costruzione precedente. Con l’inizio del Cinquecento si diffuse la consuetudine di concedere alle famiglie abbienti spazi per le sepolture all’interno dei luoghi sacri, pratica che garantiva ai religiosi rendite utili al sostentamento, alla gestione e all’abbellimento delle chiese.
Ma la vera e propria ricostruzione avvenne solo nell’ultimo quarto del XVI secolo. La nuova architettura con pianta a tre navate, su progetto dell’architetto Giuseppe Giacalone, assunse dimensioni grandiose; per la sua costruzione si acquistò e si sacrificò anche l’adiacente Chiesa dei Santissimi Quaranta Martiri della nazione pisana. Sono ancora in situ i lavori di Antonello Gagini, uno dei massimi scultori siciliani di tutti i tempi: la tribuna e l’arco del cappellone, originariamente realizzati per la chiesa precedente, decorati con le scene della vita della Santa; e ancora la tribuna e l’arco della Cappella Platamone, i monumenti funebri di Blasco Lanza, di Caterina Cardona-Platamone di Antonio Scirotta. Sono attualmente conservati nella Galleria Regionale di Palazzo Abatellis alcuni importanti dipinti su tavola di Vincenzo De Pavia che adornavano gli altari.
Nonostante i gravissimi danni arrecati all’edificio dall’ultima guerra, nel transetto è visibile la magnifica Cappella del Rosario destinata ad accogliere le sepolture dei confrati; le pareti decorate con marmo mischio e i Misteri Gaudiosi e Dolorosi opere di Gioacchino Vitagliano e la volta affrescata da Pietro Dell’Aquila illustra i Misteri Gloriosi; si conserva ancora la cappella del Crocifisso, concessa nel 1614 a Ottavio e Giovanna Lanza di Trabia, ai quali fu consentito di aprire una cripta, adornata con decorazioni alle pareti, con un paliotto sull’altare in marmo mischio e con una bellissima Pietà quattrocentesca recentemente attribuita a Giorgio Da Milano. La Chiesa di Santa Cita, oggi sede della parrocchia di San Mamiliano, conserva una importante pala d’altare del 1603 di Filippo Paladini raffigurante Santa Agnese da Montepulciano.
Tratto da ilgeniodipalermo.com






