Dialogo nº.1

Alfredo Pirri (Cosenza, 1957) vive e lavora a Roma. Ha esposto i suoi lavori in numerose mostre nazionali e internazionali, tra cui: Biennale Architettura, Venezia (2025); Palazzo Boncompagni, Bologna (2025); Fondazione Berengo, Murano (2024); Museo MAXXI, Roma (2023); Castello Maniace, Siracusa (2021); Museo Nazionale Romano – Palazzo Altemps, Roma (2018); MACRO, Roma (2017); Museo Novecento, Firenze (2015); London Design Festival, Londra, UK (2015); GNAM – Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma (2013); Palazzo Te, Mantova (2013); Project Biennial D-0 ARK Underground Konjic, Bosnia Herzegovina (2013), dove la sua installazione Passi è in esposizione permanente; Museo Archeologico Nazionale Reggio Calabria con l’opera permanente Piazza (2011); Centro Arti Visive Pescheria, Pesaro (2007); Maison Européenne de la Photographie, Parigi, Francia (2006); Biennale dell’Avana, Cuba (2001); Accademia di Francia – Villa Medici, Roma (2000); MoMa PS1, New York, USA (1999); Walter Gropius Bau, Berlino, Germania (1992). Nel 1988 ha partecipato alla 43° Biennale di Venezia. Nel 2023 Alfredo Pirri ha ricevuto la Laurea honoris causa in Architettura-progettazione architettonica, da parte dell’Università degli Studi di Roma Tre. Nel 2005 Roberto Benigni ha commissionato all’artista un’opera per una delle scene del film La tigre e la neve. Tra i suoi lavori più importanti vi è Passi, un’installazione site-specific che vede un incantesimo di specchi trasformati in un gigantesco pavimento calpestatile.
Arte come domanda pubblica
Negli ultimi anni abbiamo viaggiato leggeri e veloci. In questo movimento accelerato, la società ha spesso scimmiottato una creatività senza responsabilità, sottraendosi alla fatica dell’ascolto: ascolto di parole nuove, di riflessioni non addomesticate, di forme che non si lasciano consumare.
L’arte esige un ascolto impegnato e rinnovato. Solo dentro questa prospettiva mentale e culturale può riaprirsi l’orizzonte del presente e possono generarsi nuove modalità di relazione tra gli esseri umani e il mondo. L’arte crea spazi comuni di riflessione, nei quali si rilegge la sua energia anticipatrice, senza pretendere da essa risposte risolutive, e senza ridurla alla pura messa in scena. L’arte è – prima di tutto – domanda permanente.
Occorre salvaguardare il «grido» dell’arte, custodirne la narrazione, altrimenti ci ritroveremo «gli uni accanto agli altri come ospiti capitati per caso, parlando lingue diverse». Diventeremo sordi e soli davanti alle opere, mentre gli artisti continueranno a «urlare nel deserto» per chiamarci a un confronto che renda il nostro sguardo più acuto e partecipe.
Da qui le domande che attraversano questo primo dialogo: il nostro modo di stare insieme di fronte alle opere preserva o soffoca il grido degli artisti? Quale qualità dell’attenzione e della relazione stiamo mettendo in campo nelle istituzioni, nei luoghi espositivi, nelle pratiche discorsive che circondano l’opera?
Alfredo Pirri ricorda che l’artista, attraverso opere e parole, «urla» per affermare principi; l’urlo si fa più pressante quando i principi diventano egemoni rispetto alla forma, si staccano dall’opera e si elevano a dottrina. L’opera, allora, si svuota e diventa immagine replicabile, segno disponibile, estetica omologata e servile. È su questo crinale che maturano le dittature culturali e del pensiero. La riflessione di Pirri ci invita a un’etica del “come stare insieme” davanti all’opera: un’etica della presenza, del confronto, della responsabilità dello sguardo.
L’aspetto del «come stare insieme» non è dettaglio accessorio: è uno dei fondamenti “pratici“ della democrazia. Guai a immaginare uno Stato e una Società che presidia una forma estetica preminente. L’arte ha introdotto nel mondo l’esigenza stessa della democrazia: non perché l’arte non esista fuori dai regimi democratici, ma perché una democrazia senza arte non è pensabile. La democrazia ha un debito verso l’arte: un debito che non si esaurisce nell’aforisma «nessuna poesia dopo Auschwitz», ma che, al contrario, rilancia l’urgenza della poesia dopo Auschwitz. La cura di questo debito è compito politico e culturale: creare le condizioni perché la società non neutralizzi la domanda dell’arte, ma la assuma come propria, restituendole lo spazio in cui la forma possa restare forma irriducibile a slogan, resistente all’uso, aperta alla relazione.
Il nostro invito, in questo primo incontro, è dunque semplice e radicale: ricominciare dall’ascolto impegnato; abitare l’opera, riammettere l’inquietudine culturale del pensiero contro l’omologazione delle forme e dei contenuti, proteggere il grido dell’arte perché continui a generare mondo e con esso democrazia.